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IL DOLORE – Roberto Lana

IL DOLORE

Puoi leggere questo bel articolo su Wikipedia riguardante il dolore.

 

Articolo di FisioOmnia di Marcella Cerri Milano, Via Amatore Sciesa, 7, 20135 Milano MI. 

La IASP (International Association for the Study of Pain – 1986) definisce il dolore come:

un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno”.

Da ciò ne deriva che il dolore non è soltanto legato ad un input sensitivo, ma a tutto il contesto di emozioni che quest’esperienza porta a chi lo prova.
Se proviamo ad immaginare alle conseguenze generate dall’infortunio di un dito ad un impiegato o ad un pianista, è ovvio che, a parità di danno subito, lo stato EMOTIVO che ne consegue è totalmente diverso.
La definizione di dolore continua affermando che quest’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole è associata a un danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno.
In altre parole, se ci si frattura una gamba (danno tissutale in atto) è ovvio che questo genererà dolore.
Quando si parla di danno tissutale potenziale si fa riferimento a quel dolore che ci protegge da un eventuale danno, una sorta di allarme che ci avvisa che quello che sta succedendo potrebbe provocare una danno.
Un esempio pratico è quando prendiamo una distorsione di caviglia. I giorni successivi all’evento, camminare ci provoca dolore, quel dolore è in effetti un vero e proprio allarme del nostro cervello che vuole avvisarci che i legamenti della caviglia sono in fase di rimarginazione e che un carico eccessivo potrebbe provocare un potenziale danno.
O un altro esempio potrebbe essere quando si retrae la mano dall’acqua bollente per evitare che avvenga una scottatura che provocherebbe un ustione.
Ciò significa che possiamo provare dolore anche se non c’è di fatto nessun danno, o che possiamo anche NON provare dolore nonostante ci sia un effettivo danno nel nostro corpo.

Quindi il nostro cervello è bravo a indicarci dolore, ma non a indicarci la misura del dolore stesso.
Per citarti due esempi pratici, ti sarà capitato di sbattere un dito del piede contro qualcosa, l’effetto è un dolore atroce nonostante poi, in effetti, nella maggior parte dei casi, non ci sia nessun danno; o quando ci si taglia con la carta, in quel caso il taglio è davvero piccolo, ma il dolore che proviamo è molto alto.
Situazione analoga ma invertita, quando succede di procurarsi dei tagli o delle ferite e non accorgersene. Nel momento in cui ci accorgiamo o qualcuno porta la nostra attenzione a quella ferita iniziamo a percepire dolore.

UN SOFISTICATO SISTEMA DI ALLARME MA NON INFALLIBILE

Il dolore è un sofisticato sistema di allarme messo in atto dal nostro cervello per proteggerci.
E’ il modo che ha per chiederci di fare qualcosa per modificare una determinata situazione potenzialmente pericolosa.
Ma questo sistema è bravo nel dirci quando c’è un potenziale problema, ma non è particolarmente bravo a darci l’entità di tale problema.
Un po’ come il sistema di allarme antincendio che suona sia perché potrebbe esserci un incendio sia perché qualcuno ha acceso una sigaretta in bagno.
Può succedere inoltre che l’allarme continui a suonare anche dopo che l’incendio è stato spento.
E’ questo il caso che più si avvicina a quella condizione di dolore definito come cronico e cioè che dura da oltre 3 mesi.
E’ importante sottolineare a tal proposito che maggiore è il tempo che è passato dall’insorgenza del dolore meno questo ha a che fare con un effettivo danno nel corpo. Questo perché noi siamo tessuto biologico e in quanto tale capace di auto ripararci.

COSA VA STORTO NELL’ALLARME DOLORE QUANDO QUESTO DIVENTA CRONICO?

Il dolore è il frutto di una complessa e rapidissima elaborazione di dati che avviene all’interno del nostro cervello. In pratica al cervello arriva un’informazione più o meno spiacevole, questa viene elaborata da una fitta rete neurale chiamata neuromatrice e a quel punto deciderà se quell’informazione che è arrivata deve generare una risposta di dolore e in che misura.
Inoltre il nostro corpo è collegato al nostro cervello attraverso mappe motorie, connessioni neurali deputate al controllo di singole aree del corpo.
Esistono mappe motorie per ogni parte del corpo e in ognuno di noi queste mappe sono più o meno sviluppate e in continuo cambiamento per effetto della neuroplasticità.
Per farti un esempio le persone non vedenti e che sono capaci di leggere l’alfabeto in braille toccando quei micro puntini sugli oggetti, avranno delle mappe motorie legate alle dita molto sviluppate a discapito delle mappe motorie deputate al controllo della vista o degli occhi.
Ecco queste mappe motorie possono sbiadire e perdere la loro efficacia quando ci troviamo di fronte ad una condizione di dolore cronico. In pratica quella parte del corpo affetta da dolore da tanto tempo avrà le mappe motorie poco efficienti cosicché quando al cervello arriva uno stimolo durante un movimento che normalmente non dovrebbe provocare dolore, il cervello nel dubbio, per precauzione genera dolore per evitare che ci possa essere un potenziale danno anche se non c’è nulla che potenzialmente potrebbe provocare danni.

C’E’ UNA SOLUZIONE PER “RIPARARE” QUESTO DEFICIT DELLE MAPPE MOTORIE?

Assolutamente si! Il movimento è la soluzione. Evidenze scientifiche provano gli effetti benefici del movimento sul dolore cronico.
Il movimento infatti va a rinforzare quelle connessioni neurali perse nelle mappe motorie deputate al controllo di quelle parti del corpo sofferenti da tempo.
Inoltre l’esercizio fisico ha un ruolo determinante nel modulazione discendente del dolore.

COS’E’ LA MODULAZIONE DISCENDENTE?

E’ in pratica la manopola del volume che regola il dolore.
Il nostro cervello come già detto può aumentare o diminuire una percezione di dolore.
L’esercizio fisico agisce regolando il dolore al ribasso attraverso due processi:
• produzione di serotonina ed endorfine che sono neurotrasmettitori del benessere
• ricostruzione delle mappe motorie

Ma questa modulazione sulla risposta al dolore viene influenzata anche da molteplici fattori come:
• le credenze in merito al dolore, (esempio concezione di dolore=danno)
• le esperienze passate in merito al dolore,
• aspettative in merito alla propria guarigione,
• lo stato emotivo,
• influenze delle persone in cui riponi fiducia (famiglia, amici, medici, fisioterapisti ecc),
• sonno,
• nutrizione,
• stress,
• stato economico (se questo desta preoccupazione).

Tutti questi fattori sono in grado di modificare in meglio o in peggio la percezione del nostro dolore!

LA TEORIA DELLA BROCCA

A tal proposito Louis Gifford usa la metafora della brocca che può essere riempita dai vari fattori citati, ovviamente per quanto peso hanno in quel momento della tua vita. Nel momento in cui la brocca è piena e l’acqua comincia a fuoriuscire, ecco che inizierai a percepire dolore.
Nel caso di una persona che ha subito un grave infortunio è chiaro che la brocca sarà quasi del tutto riempita da fattori legati al danno fisico e allo stress che ne consegue.
Allo stesso tempo la brocca di una persona che sta vivendo un periodo emotivamente difficile in quel momento della sua vita, per la perdita di un congiunto o per aver perso il lavoro, sarà riempita da fattori psicologici e quindi legati al suo stato emotivo, per cui probabilmente un semplice fastidio in lui sarà percepito come un grande dolore.
Questo è uno dei motivi perché il dolore negli stati cronici, e cioè che durano da più di 3 mesi, è formato da alti e bassi, o perché tendenzialmente in stati di poco stress come ad esempio in vacanza, la percezione del dolore è inferiore.

La soluzioni a tale problema sono 2: costruire un brocca più grande o svuotarla almeno parzialmente di acqua. Ovviamente la combinazione delle 2 porta ad un miglior risultato! 

Articolo di FisioOmnia di Marcella Cerri Milano, Via Amatore Sciesa, 7, 20135 Milano MI